Kamikaze
Una marchetta fatta bene.
Far ridere qualcuno, io credo, è una forma sottovalutata di cura. Non significa solo distrarre dalla vita, né alleggerire tutto fino a rendere impercettibile l’angoscia nella quale siamo immersi. Significa, al contrario, ricordare per un momento che la vita non coincide interamente con il suo peso. Una battuta riuscita, un’ironia gentile o un crescendo sguaiato aprono una piccola, preziosissima tregua: non risolvono i problemi, ma li rimettono in una scala umana, affrontabile.
Far ridere il prossimo è anche un gesto di intelligenza e di attenzione, perché richiede misura, ascolto, tempismo, persino pudore. Anche quando lo si fa con le bestemmie e le parolacce. C’è pudore, buon gusto e continenza persino nell’espressione più triviale che si possa immaginare, perché, come dice il poeta, “la volgarità è nell’occhio di chi scorreggia”.
Bisogna capire dove si può entrare senza ferire, dove si può spostare il punto senza negare il dolore. In un tempo in cui tutti sembrano impegnati a dimostrare qualcosa, o a dimostrare di essere qualcuno, far ridere è quasi un atto di generosità: quando non chiede banale ammirazione e non pretende facile consenso, produce semplicemente un po’ di respiro. E forse è per questo che certe persone ci restano care: non perché ci hanno spiegato il mondo, ma perché per un attimo ce lo hanno reso sopportabile.
Questa cosa del far ridere andrebbe presa molto sul serio. Bergson vedeva nella comicità uno strumento per rompere gli automatismi, per riportare elasticità dove la vita si fa rigida: per lui era una “correzione sociale”. Pirandello, spostandoci sul piano inclinato dell’umorismo, mostrava che nel meccanismo dell’ironia può esserci una forma di comprensione più profonda dell’animo umano e dei fatti della vita, perfino una specie di pietà. E Calvino, quando difendeva la leggerezza, non invitava certo alla superficialità: indicava invece un modo più preciso, più libero, di stare davanti alle cose.
Far ridere qualcuno, allora, non significa semplicemente distrarlo. Significa aiutarlo a prendere una distanza minima da ciò che lo opprime, abbastanza per guardarlo senza esserne subito schiacciato. Anche la poesia, a volte, fa qualcosa di simile: non risolve il dolore, ma gli dà una forma. Chi riesce a farci ridere non ci salva, non ci guarisce, non ci risolve la vita. Però sposta di poco il nostro sguardo, e a volte quel poco basta a renderla di nuovo abitabile.
Eleazaro Rossi è a teatro con Kamikaze. Andateci, o peste vi colga.




Fantastico!
Mai sentito! Co’ sto nome, poi!